Día de los muertos: le calaveras nell’arte messicana

Novembre per me è un mese di passaggio, si trova messo così, tra i colori autunnali di ottobre e le lucine di Natale che si accendono immancabilmente a dicembre. Quest’anno novembre comincia all’insegna dei nuovi lockdown, dei cosiddetti “coprifuoco”, delle zone rosse, gialle e verdi. Ricorrono e si rincorrono sui giornali le parole “vita” e “morte”.

Il Dià de lo muertos

“Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più” queste le ultime parole scritte dalla pittrice Frida Kahlo sul suo diario poco prima di morire. E se per noi l’idea della “morte” difficilmente può essere accostata ad una parola come “gioia”, non è così nella cultura messicana. Il giorno di commemorazione dei defunti in Messico, il Dià de los muertos, che ricorre ogni 2 novembre, è una delle feste più sentite del paese. Maschere da teschio, colori sgargianti, musica per le strade, celebrazioni che vanno avanti per ore. No, non è una versione latina di Halloween come molti potrebbero pensare, bensì una tradizione antica che risale al periodo precolombiano ed è Patrimonio culturale dell’umanità. Secondo antiche credenze, alla morte seguiva una rinascita e quindi non era da considerarsi come un qualcosa da temere, ma da festeggiare. E nel Dià de los muertos, infatti, i morti tornano tra i vivi, si riuniscono con la propria famiglia, mangiando e bevendo insieme a loro ciò che viene lasciato sull’altare.

La Calavera Catrina

Simboli ricorrenti in questa celebrazione sono le calaveras, teschi riccamente decorati che costituiscono una delle immagini più diffuse nell’iconografia popolare e nell’arte messicana.
Nel 1913 fece la sua apparizione la Calavera Catrina, la donna-scheletro nata dalla mano dell’incisore José Guadalupe Posada. Considerato il primo vignettista della pittura moderna, nonché precursore del filone artistico nato durante gli anni della Rivoluzione Messicana, Posada disegnò la Signora della Morte con un grosso cappello di piume di struzzo in testa, in abiti sfarzosi, tipicamente francesi. Il suo intento era quello di prendersi gioco della borghesia europea e criticare l’usanza delle ricche donne messicane di seguire i dettami della moda straniera, rinnegando i costumi tradizionali.

Sogno di una domenica pomeriggio all’Alameda

E anche in uno dei murales più famosi di Diego Rivera, uno dei massimi rappresentanti del muralismo, Sogno di una domenica pomeriggio all’Alameda, vediamo comparire la Calavera Catrina. In questa meravigliosa opera realtà e fantasia, passato e presente, simboli della mitologia indios e elementi della cultura europea si mescolano in un’atmosfera onirica. Qui la signora della morte è al centro e tiene i suoi occhi truccati di viola fissi sullo spettatore. Indossa il vistoso cappello di foggia europea, ma avvolto intorno al collo ha un boa che richiama il dio azteco dalle sembianze di un serpente piumato, Quetzalcóatl, mentre alla fibbia della sua cintura vediamo il segno astronomico di Ollin, simbolo del movimento del Sole. A destra un Diego Rivera bambino tiene per mano lo scheletro. A sinistra l’anziano José Guadalupe Posada gli offre il braccio. Dietro Diego riconosciamo Frida Khalo, con cui l’artista ebbe una lunga e tormentata relazione, che tiene in mano il simbolo cinese dello Yin e Yang, emblema dello spirito duale della natura umana.
In un clima avvolto da una luce calda, la Morte sembra guidare la lenta e festosa processione nel parco. Il suo sorriso, quasi familiare, sembra ricordarci che è sempre in mezzo a noi e forse, citando Petrarca, “quanto piace al mondo è breve sogno”.


Diego Rivera (1886- 1957), Sogno di una domenica pomeriggio all’Alameda (dettaglio)

Anche la Disney-Pixar è rimasta affascinata dal Dià del los Muertos e nel 2017 è uscito il film di animazione “Coco” che parla di Miguel, un ragazzino messicano che si ritrova a passare magicamente il ponte tra il mondo dei vivi e quello delle anime. Lo hai visto? Ti è piaciuto? Raccontamelo nei commenti!